A Fëa de San Bertomê

Testo: Ben Jonson (1572 - 1637); adattamento: Mario Bagnara; versione in dialetto genovese: Mario Bagnara, Bartolomeo Rottondo; costumi: Anna Maria Scaglione, Anna Alunno; scene: Mario Strata; assistente alla regia Jula Rossetti; interpreti: Angela Moscato, Enzo Zicchinolfi, Carla Mussi, Maria Teresa Demoro, Mirco Beltrami, Gianmario Siboni, Paolo Mereu, Stefania Galuppi, Gino Carosini, Chiara Bucci, Mafalda Mannu, Giovanni Cadili Rispi, Giovanni Ansaldi, Enrico Aretusi, Stefano Depietro, Renzo Matta Emanuela Bonora, Laura Brera, Manuela Lobina, Vanessa Locandro, Michela Oddone, Lucia Razeto, Ilaria Giusto, Gemma Ciccardi, Massimo Barbieri, Gabriele Morando, Marco Piazzalunga.

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Il pubblico italiano conosce, di Ben Jonson (1572 – 1637), soprattutto Volpone e L’alchimista, mentre sa poco de La fiera di San Bartolomeo. E' un copione, scritto nel 1614, che non è quasi mai stato rappresentato in un teatro italiano. Mario Bagnara e Bartolomeo Rottondo colmano la lacuna con un’originale versione in dialetto ad opera dalla compagnia dei Caroggê e per la regia d’Enrico Aretusi. A fëa de San Bertomê è un testo corale, animato da ventisette fra attori, ballerine e cantanti che danno vita, sulla falsariga della classica commedia in cui s’intrecciano personaggi in incognito e legami matrimoniali momentaneamente sospesi, ad un mosaico di figure aggiratesi fra la variopinta folla di una grande fiera di paese. Il testo è agile ed è diretto con inventiva non banale, soprattutto nella seconda parte, ove emerge una straordinaria scena di teatro di marionette animato da sei giovani danzatrici. Il primo tempo, invece, soffre di qualche lentezza e di una pericolosa mancanza di fantasia registica. La scenografia, quasi inesistente, è funzionale alle esigenze di uno spettacolo estivo. Un solo punto desta qualche perplessità: la scelta di prender in mano un testo così fortemente connotato – Ben Jonson è il più sensibile ai temi sociali fra gli autori elisabettiani – senza una precisa chiave di lettura stilistica e politica. In altre parole il passaggio al nostro dialetto non appare sufficientemente necessitato, né adeguatamente motivato. Un bello spettacolo che lascia un po’ d’amaro in bocca per ciò che avrebbe potuto essere.

 
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